Dal VSME al Voluntary Standard: cosa cambia per il reporting ESG delle PMI

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Per molte PMI il reporting di sostenibilità non nasce da un obbligo normativo diretto.

Sempre più spesso, però, clienti, banche, investitori e grandi imprese chiedono informazioni su emissioni, consumi energetici, personale, politiche aziendali e altri aspetti ESG.

Per rispondere a questa esigenza, l’Unione europea ha sviluppato uno standard volontario pensato proprio per le imprese che non rientrano negli obblighi della CSRD.

Dopo il VSME, pubblicato nel 2025 come raccomandazione della Commissione europea, nel 2026 il quadro è ulteriormente evoluto con l’adozione del nuovo Voluntary Sustainability Reporting Standard, o più semplicemente Voluntary Standard.

L’obiettivo rimane lo stesso: permettere alle imprese più piccole di organizzare e comunicare le proprie informazioni di sostenibilità attraverso un modello comune, proporzionato e molto più semplice degli ESRS utilizzati dalle grandi imprese.

Dal VSME al Voluntary Standard: cosa è cambiato

Il VSME – Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs era stato sviluppato da EFRAG per offrire alle PMI non quotate un modello semplificato di rendicontazione ESG.

Nel luglio 2025 la Commissione europea lo aveva fatto proprio attraverso una Raccomandazione, invitando PMI, grandi imprese e istituzioni finanziarie a utilizzarlo come riferimento comune per lo scambio di informazioni di sostenibilità.

Nel frattempo, però, il quadro normativo europeo è cambiato.

Con il pacchetto Omnibus I, il numero di imprese direttamente soggette alla CSRD è stato ridotto e parallelamente è diventato ancora più importante limitare le richieste di informazioni ESG che possono ricadere sulle aziende più piccole lungo le catene del valore.

Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha quindi adottato un nuovo standard volontario tramite atto delegato: il Voluntary Sustainability Reporting Standard.

Il nuovo standard è costruito proprio a partire dal VSME, ma assume un ruolo più strutturato nel nuovo sistema europeo di reporting.

In altre parole, il VSME non è semplicemente “sparito”: costituisce la base da cui è stato sviluppato il nuovo Voluntary Standard.

Per questo, almeno in questa fase di transizione, è normale incontrare ancora entrambi i termini.a e renderli più facilmente riutilizzabili quando vengono richiesti da soggetti esterni.

A chi si rivolge il Voluntary Standard

Il Voluntary Standard è pensato per le imprese che non sono soggette agli obblighi di reporting di sostenibilità previsti dalla CSRD e che vogliono comunque comunicare informazioni ESG in maniera strutturata.

Il testo adottato dalla Commissione individua come riferimento le imprese che non superano una media di 1.000 dipendenti durante l’esercizio precedente.

Questo significa che lo standard può essere particolarmente interessante per:

  • microimprese;
  • piccole e medie imprese;
  • imprese più strutturate che restano fuori dal perimetro della CSRD;
  • fornitori di grandi aziende;
  • imprese che ricevono richieste ESG da clienti o partner commerciali;
  • aziende che vogliono iniziare volontariamente a misurare le proprie performance di sostenibilità.

Non è quindi uno standard pensato solo per chi vuole pubblicare un vero e proprio Bilancio di Sostenibilità.

Può essere utilizzato anche come struttura di riferimento per organizzare dati, KPI e informazioni ESG, rendendoli più facilmente utilizzabili quando vengono richiesti da soggetti esterni.

Il Voluntary Standard è obbligatorio?

No.

Come suggerisce il nome, il Voluntary Standard è uno standard volontario.

Le imprese che non rientrano negli obblighi CSRD non diventano quindi automaticamente obbligate a redigere un report di sostenibilità.

La sua utilità nasce soprattutto da un altro fenomeno: il cosiddetto effetto a cascata della catena del valore.

Una grande impresa soggetta alla CSRD può infatti aver bisogno di informazioni provenienti da clienti, fornitori e altri soggetti della propria catena del valore per redigere il proprio reporting.

Di conseguenza, anche un’impresa non soggetta alla CSRD può trovarsi a dover rispondere a richieste molto dettagliate.

Il nuovo quadro europeo cerca proprio di limitare questo fenomeno attraverso il value chain cap, cioè un limite alla quantità di informazioni ESG che un’impresa soggetta alla CSRD può richiedere a determinate imprese della propria catena del valore.

In sostanza, il Voluntary Standard diventa anche un linguaggio comune tra grandi imprese e aziende più piccole.

Cosa contiene il Voluntary Standard

Il Voluntary Standard copre le principali dimensioni della sostenibilità aziendale e mantiene una logica coerente con gli ESRS, ma con richieste proporzionate alle caratteristiche delle imprese più piccole.

Le informazioni riguardano, ad esempio:

Ambiente

Tra gli indicatori ambientali possono rientrare:

  • consumi energetici;
  • emissioni di gas a effetto serra;
  • inquinamento;
  • biodiversità;
  • utilizzo dell’acqua;
  • utilizzo delle risorse;
  • economia circolare;
  • produzione e gestione dei rifiuti.

Sociale

Lo standard considera anche informazioni relative alla forza lavoro, come:

  • caratteristiche generali dei lavoratori;
  • salute e sicurezza;
  • retribuzioni;
  • formazione;
  • aspetti relativi ai diritti umani.

Governance e condotta aziendale

Sono presenti infine informazioni sulla gestione dell’impresa e sulla condotta aziendale, comprese ad esempio eventuali condanne e sanzioni relative a corruzione e concussione.

L’obiettivo non è però quello di chiedere a ogni impresa qualsiasi dato possibile.

Lo standard utilizza infatti diversi criteri per mantenere la rendicontazione proporzionata: alcune informazioni sono sempre previste, altre diventano rilevanti solo in determinate circostanze e altre ancora sono volontarie.

Per le imprese con 10 dipendenti o meno sono inoltre previste ulteriori semplificazioni su alcuni datapoint.

Basic Module e Comprehensive Module

Uno degli elementi più utili dello standard è la struttura modulare.

Il Voluntary Standard prevede infatti due livelli di rendicontazione.

Basic Module

Il Basic Module rappresenta il livello essenziale.

Comprende le disclosure B1 e B2 e le metriche B3-B11 e costituisce l’approccio di riferimento per le microimprese e il requisito minimo per le altre imprese che vogliono applicare lo standard.

Tra le informazioni previste troviamo dati generali sull’impresa, pratiche e politiche di sostenibilità e una serie di metriche ambientali, sociali e di governance.

Per molte PMI che iniziano a strutturare per la prima volta i propri dati ESG può già rappresentare un buon punto di partenza.

Comprehensive Module

Il Comprehensive Module aggiunge ulteriori informazioni al Basic Module.

È pensato soprattutto per rispondere alle esigenze informative che possono avere:

  • banche;
  • investitori;
  • grandi clienti;
  • altri partner commerciali.

Comprende, tra le altre cose, informazioni più approfondite sul modello di business e sulla strategia, sugli obiettivi climatici, sui rischi climatici, sulla forza lavoro e su alcuni aspetti di governance.

Il Basic Module resta comunque la base: non si può applicare il Comprehensive Module senza partire dal Basic Module.

Lo standard permette quindi di calibrare il livello di approfondimento in funzione delle esigenze reali dell’azienda.

Voluntary Standard e CSRD: qual è la differenza?

È importante non confondere il Voluntary Standard con gli European Sustainability Reporting Standards – ESRS utilizzati dalle imprese soggette alla CSRD.

La differenza principale è nella finalità.

Gli ESRS disciplinano una rendicontazione obbligatoria per le imprese che rientrano nel perimetro della normativa.

Il Voluntary Standard, invece, è pensato per le imprese fuori da quel perimetro e non introduce, di per sé, un nuovo obbligo di reporting.

Inoltre il Voluntary Standard:

  • contiene un numero di informazioni decisamente inferiore;
  • ha una struttura più semplice;
  • tiene conto delle capacità organizzative delle imprese più piccole;
  • non richiede di replicare l’intero processo previsto dagli ESRS;
  • non impone l’attestazione delle informazioni riportate.

Rimane però coerente con l’impianto europeo di reporting.

Ed è proprio questa caratteristica a renderlo particolarmente interessante: permette a una PMI di iniziare a strutturare i propri dati secondo una logica compatibile con quella utilizzata dalle imprese più grandi, senza adottare un sistema sproporzionato rispetto alla propria dimensione.

Perché può essere utile a una PMI

Il valore del Voluntary Standard non sta necessariamente nel produrre un documento da pubblicare ogni anno.

Il beneficio principale può essere il processo che porta alla rendicontazione.

Applicare lo standard significa innanzitutto chiedersi:

  • quali dati ESG abbiamo già?
  • dove si trovano?
  • chi li raccoglie?
  • quali informazioni ci mancano?
  • quali indicatori ha senso monitorare nel tempo?
  • quali richieste riceviamo più spesso da clienti e stakeholder?

Questo permette di trasformare informazioni spesso sparse tra amministrazione, HR, produzione, acquisti e direzione in un sistema più ordinato.

Per una PMI il risultato può essere utile sotto diversi aspetti.

Rispondere più facilmente alle richieste dei clienti

Se un grande cliente richiede dati sulle emissioni, sul personale o sulle politiche ESG, averli già organizzati riduce notevolmente il lavoro necessario per recuperarli.

Prepararsi a questionari e rating ESG

Molti questionari utilizzati nelle catene di fornitura chiedono informazioni simili a quelle presenti nel Voluntary Standard.

Non significa che lo standard sostituisca strumenti come EcoVadis, ma può aiutare a costruire una base informativa riutilizzabile.

Migliorare la gestione interna

Raccogliere KPI in modo continuativo permette all’azienda di osservare l’andamento delle proprie performance e individuare più facilmente aree di miglioramento.

Comunicare la sostenibilità in modo più credibile

Un reporting basato su dati e indicatori permette di spostare la comunicazione da affermazioni generiche a informazioni verificabili.

Prepararsi alle richieste future

Anche quando non esiste un obbligo normativo diretto, costruire gradualmente un sistema di raccolta dati può evitare di dover partire da zero ogni volta che arriva una nuova richiesta.


Come costruire un report secondo il Voluntary Standard

Un buon progetto di reporting non dovrebbe iniziare dalla scrittura del documento.

Prima viene il lavoro sui dati.

1. Capire perché si vuole rendicontare

Il primo passaggio è definire l’obiettivo.

L’azienda vuole:

  • rispondere alle richieste dei clienti?
  • prepararsi a un rating ESG?
  • avere dati da utilizzare nelle gare?
  • comunicare meglio il proprio impegno?
  • impostare per la prima volta un sistema di KPI?

La risposta influenza il livello di approfondimento necessario.

2. Fare il punto sulle informazioni già disponibili

Molte imprese possiedono già una parte consistente dei dati richiesti.

Ad esempio:

  • bollette energetiche;
  • consumi di carburante;
  • dati sui rifiuti;
  • informazioni sul personale;
  • infortuni;
  • ore di formazione;
  • certificazioni;
  • policy e procedure.

Spesso il problema non è l’assenza totale di informazioni, ma il fatto che non siano ancora raccolte in modo coordinato.

3. Effettuare una gap analysis

Una volta mappate le informazioni disponibili è possibile confrontarle con quelle previste dallo standard.

In questo modo emergono:

  • dati già disponibili;
  • dati disponibili ma da migliorare;
  • informazioni mancanti;
  • aspetti non applicabili;
  • processi che sarebbe utile formalizzare.

4. Definire il livello di reporting

A questo punto si può scegliere se partire dal Basic Module o se sia utile adottare anche il Comprehensive Module.

Non sempre “fare di più” significa fare meglio.

Per una piccola impresa alle prime armi può essere molto più utile costruire un Basic Module affidabile e replicabile che produrre un report troppo complesso da mantenere negli anni successivi.

5. Organizzare i KPI

Il passaggio successivo consiste nel definire:

  • fonte del dato;
  • responsabile della raccolta;
  • metodologia di calcolo;
  • periodo di riferimento;
  • eventuali evidenze documentali.

È qui che il reporting inizia a diventare un vero strumento gestionale.

6. Costruire il report

Solo dopo aver consolidato dati e informazioni ha senso lavorare sul documento finale.

Il report dovrebbe spiegare in modo comprensibile:

  • chi è l’impresa;
  • quali pratiche e iniziative ESG sono già presenti;
  • quali performance emergono dai dati;
  • quali criticità rimangono;
  • quali obiettivi possono essere sviluppati in futuro.

Voluntary Standard e questionari ESG: possono lavorare insieme?

Sì, ed è probabilmente uno degli utilizzi più interessanti dello standard.

Una PMI può ricevere nel corso dell’anno richieste ESG da soggetti diversi:

  • un cliente;
  • una banca;
  • un gruppo internazionale;
  • una piattaforma di qualifica fornitori;
  • un rating come EcoVadis.

Ogni richiesta può avere una struttura diversa, ma molti dati tendono a ripetersi.

Energia, emissioni, lavoratori, salute e sicurezza, politiche aziendali, governance e obiettivi sono esempi ricorrenti.

Costruire un sistema di raccolta dati basato sul Voluntary Standard permette quindi di creare una sorta di base ESG aziendale, dalla quale attingere quando arrivano nuove richieste.

Questo è particolarmente rilevante proprio perché il nuovo quadro europeo attribuisce allo standard anche la funzione di riferimento per limitare le informazioni che le grandi imprese soggette alla CSRD possono richiedere alle imprese più piccole della propria catena del valore.


Serve necessariamente pubblicare un Bilancio di Sostenibilità?

Non necessariamente.

Un’impresa può utilizzare il Voluntary Standard per organizzare internamente le proprie informazioni ESG anche senza trasformarle subito in un documento pubblico molto articolato.

La rendicontazione può essere sviluppata gradualmente.

Per esempio, un primo anno può servire per:

  1. individuare i dati disponibili;
  2. costruire un sistema di raccolta;
  3. definire alcuni KPI;
  4. colmare i principali gap;
  5. produrre una prima rendicontazione essenziale.

Negli anni successivi il sistema può diventare più maturo e il report più completo.

Per una PMI, spesso è proprio questo approccio progressivo a rendere il reporting sostenibile anche dal punto di vista organizzativo.


Da dove partire

Il Voluntary Standard può essere uno strumento molto utile, ma non dovrebbe trasformarsi in una checklist da compilare senza un obiettivo.

Prima di scegliere indicatori, moduli e template conviene capire quali informazioni sono davvero utili all’impresa e perché.

Per alcune aziende il punto di partenza può essere direttamente un report volontario.

Per altre può essere più utile fare prima un Assessment ESG, per capire quali dati sono già disponibili, quali richieste stanno arrivando dagli stakeholder e quali aspetti meritano maggiore attenzione.

L’obiettivo non è raccogliere il maggior numero possibile di KPI.

È costruire un sistema proporzionato, affidabile e realmente utilizzabile dall’impresa.la possibilità di trasformare informazioni sparse in dati organizzati, KPI monitorabili e contenuti utilizzabili nel tempo.


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